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Cuba sostenibile davvero? Spiagge da sogno, sargasso sotto controllo e conto un po’ più salato

Cuba sostenibile davvero? Spiagge da sogno, sargasso sotto controllo e conto un po’ più salato

Cuba nel ranking CIF-PLAYAS 2025: cosa è cambiato davvero sulle sue spiagge

Fino a poco tempo fa, quando si parlava di Cuba, la frase era sempre quella: mare da cartolina, sabbia bianchissima, fine. Di sostenibilità si parlava poco, quasi mai. Ora succede una cosa curiosa: nei rapporti internazionali Cuba non entra solo per i tramonti da poster, ma per come sta gestendo davvero le sue spiagge.

Il nuovo ranking CIF-PLAYAS 2025 piazza diversi litorali cubani tra i più virtuosi al mondo per gestione ambientale. Non solo Varadero, che ormai è il volto noto, ma anche altre zone meno famose. Dietro il voto non c’è poesia tropicale: ci sono numeri su qualità delle acque, sistemi anti-sargasso, protezione delle dune, rifiuti tenuti sotto controllo, coinvolgimento di hotel e comunità locali.

In pratica, le spiagge vengono monitorate come se fossero pazienti in ospedale: analisi regolari dell’acqua, verifiche su cosa finisce nella sabbia, mappatura dei punti dove il sargasso tende ad accumularsi. Nel dossier si parla di miglioramenti a doppia cifra: indici di trasparenza dell’acqua in crescita di circa il 15% rispetto a cinque anni fa in alcune aree chiave e giorni con presenza intensa di sargasso ridotti di quasi un terzo nelle zone più esposte.

Non sono numeri da laboratorio, si vedono a occhio nudo. Dove prima la battigia diventava una striscia marrone per giorni, ora il fenomeno è più gestito. Non sparito, gestito. Differenza enorme per chi ha due settimane di ferie e zero volia di nuotare in quella che ormai molti chiamano “zuppa di alghe”.

Varadero è il caso simbolo, su questo non ci piove. Ma il ranking insiste: non è l’unica spiaggia certificata. Ed è interessante perché altrove, in altre mete di moda, l’aumento del sargasso e il turismo di massa hanno colto tutti un po’ impreparati. Qui, nel bene e nel male, si è deciso di mettere soldi e personale sul problema invece di far finta di niente e sperare nel vento.

La parte meno romantica? Questo lavoro non è gratis. Tra sistemi di monitoraggio, squadre di pulizia, regole più rigide per resort e ristoranti, il conto alla fine arriva. Inizia a comparire in tasse di soggiorno, prezzi degli hotel un po’ più alti, pacchetti “mare garantito” che costano di più rispetto alla media cubana. Per chi parte dall’Italia si traduce in qualche centinaio di euro di differenza sul viaggio finale. Non poco, se stai facendo i conti con il foglio Excel aperto.

Varadero area Meliá Internacional: come funziona una spiaggia che punta davvero sulla sostenibilità

La prima volta che sono arrivato nella zona del Meliá Internacional a Varadero mi apsettavo la solita scena: davanti ai resort perfetto, nei passaggi pubblici caos e bottiglie di plastica. Invece no. Sabbia chiara ben rastrellata, niente odore di alghe in decomposizione, accessi ordinati. Persino i cestini dei rifiuti non sembravano una scusa estetica, qualcuno li svuotava davvero.

Una mattina sono uscito alle 7, ancora mezzo addormentato, e ho trovato le squadre di pulizia già al lavoro. Non bulldozer che raschiano tutto, ma gente che raccoglie il sargasso punto per punto, con macchinari più leggeri, lasciando la sabbia al suo posto. Sulla riva il classico “ammasso marrone” non si forma quasi mai e, quando compare, di solito non dura più di qualche ora.

La parte che non si vede ma pesa nel ranking CIF-PLAYAS sta offshore. In questa zona hanno studiato le correnti, localizzato gli angoli in cui le alghe tendono a fermarsi e piazzato barriere e sistemi di raccolta in mare aperto, prima che il sargasso si spiaccichi sulla battigia. Non è magia, è organizzazione.

La gestione della costa è piuttosto rigida: niente nuove costruzioni appiccicate all’acqua, recupero delle dune con vegetazione autoctona, camminamenti in legno per non calpestare tutto. Di sera le luci verso la spiaggia sono più basse del solito, in parte per non disturbare la fauna, in parte per evitare l’effetto luna park. Moto d’acqua limitate in orari e zone precise, musica alta tenuta più indietro, lontano dalla linea di costa.

Snorkeling? Bello, ma non libero per tutti e ovunque. Mi ha colpito un cartello, poco poetico ma chiarissimo: “Zona barriera – non oltrepassare le boe”. E infatti le barche non gettano l’ancora a caso. Ci sono boe fisse e i tour sono contingentati. Meno ancoraggi selvaggi, più corallo vivo tra dieci anni. Sembra noioso, ma il mare trasparente nasce esattamente da queste scelte un po’ antipatiche a qualcuno.

Ovviamente tutta questa cura si riflette nei prezzi. Quando ho confrontato gli hotel di Varadero, la zona del Meliá Internacional risultava regolarmente tra le più care. Non di mille euro in più, ma abbastanza da farti alzare un sopracciglio. Per capire dove mi stavo muovendo ho usato hikersbay per farmi un’idea dei costi dei vari alloggi a Varadero e dintorni prima di bloccare la prenotazione. Non è l’oracolo, ma ti permette di capire se il surplus che ti chiedono ha un senso oppure no.

La sensazione finale è semplice: paghi di più, trovi un’esperienza molto più curata. Non perfetta, ma pensata. E la sostenibilità, per una volta, non è solo un cartello verde in reception.

Oltre Varadero: altri lidi certificati, progetti di turismo responsabile e lotta al sargasso

La sorpresa vera, però, arriva quando guardi oltre la mappa mentale classica “Cuba = L’Avana + Varadero”. Nel ranking CIF-PLAYAS 2025 iniziano a comparire spiagge in aree che in Italia non sono ancora da immaginario collettivo: tratti di costa a Cayo Santa María, angoli più tranquilli dei Jardines del Rey, nomi come Playa Las Brisas o Playa Esmeralda de Norte che a molti non dicono ancora nulla.

Ed è quasi meglio così. Qui stanno testando progetti pilota di turismo più controllato. Meno lettini piantati in prima fila sull’acqua, più file arretrate. Accessi alla spiaggia tramite passerelle di legno che ti obbligano a non pestare le dune. All’ingresso, piccoli chioschi con pannelli sulla barriera corallina e sulla fauna marina. Non sono musei, ma ti spiegano due cose in croce prima che tu ti lanci in acqua con la maschera.

La guerra al sargasso diventa quasi un laboratorio. In alcune baie stanno sperimentando barriere galleggianti modulabili: quando arrivano i giorni critici spostano le strutture in base alle previsioni, raccolgono il sargasso selettivamente e parte di quello che recuperano finisce in progetti agricoli o industriali locali. Una delle regole più interessanti è quella sulle pulizie: niente “raschiare tutto con i mezzi pesanti” che toglie anche strati di sabbia e distrugge i microhabitat. Il risultato è che la spiaggia rimane viva, non una pista di cemento beige.

Questa attenzione non nasce nel vuoto. Il viaggiatore medio nel 2025 non si accontenta più del “tranquillo, è tutto pulito”. Chiede: “Ma l’acqua è ancora limpida o avete anche voi la zuppa di alghe?”. Me lo ha scritto un amico su WhatsApp, diretto così, prima ancora di chiedere il prezzo del volo. Sto notando che sempre più gente sceglie la meta in base a clima, stagione, rischi ambientali, non solo in base alle foto.

Chi ragiona in questo modo di solito lo fa a livello globale. Se confronti Cuba con destinazioni lontane, finisci per incrociare guide sulla stagionalità, tipo l’articolo Asia a giugno senza monsone (quasi): 10 mete con meteo furbo e prezzi ancora umani, che parla di come incastrare meteo e portafoglio quando vuoi mare in altre parti del mondo. Alla fine è lo stesso tipo di ragionamento: non guardi solo la spiaggia, guardi il contesto.

Per capire dove e quano andare a Cuba senza farsi sorprendere dal meteo o dalla stagione più critica per le alghe, strumenti come hikersbay tornano utili anche per il clima, il periodo migliore e una panoramica base sulla sicurezza delle varie zone. Non sostituiscono il buon senso, ma aiutano a non scegliere alla cieca.

Quanto costano spiagge più pulite: impatto su prezzi, tasse di soggiorno e servizi per chi parte dall’Italia

Arriviamo alla domanda che di solito scatta dopo il terzo reel con mare turchese: “Ok, ma quanto mi costa?”. Perché tutti amiamo le parole sostenibilità, gestione ambientale, protezione delle barriere. Poi apriamo il sito dell’agenzia e la mano trema.

La verità è poco romantica: monitorare la qualità delle acque, tenere il sargasso sotto controllo, formare il personale, fare analisi periodiche e mantenere le infrastrutture costa. E nei Paesi turistici, quando una cosa costa, finisce in qualche colonna del tuo preventivo.

Nel caso delle spiagge cubane più virtuose succede esattamente questo. Tasse di soggiorno leggermente più alte rispetto a zone meno organizzate, contributi ecologici inclusi nei pacchetti all inclusive, hotel e resort che applicano tariffe superiori rispetto alle strutture che non partecipano ai progetti più seri. Non sempre te lo spiegano con un grande discorso green, spesso ti ritrovi solo con il prezzo più alto e basta.

Quando ho controllato i pacchetti per Varadero, il Meliá Internacional stava stabilmente sopra altre strutture cubane di fascia simile. Parliamo di qualche centinaio di euro in più sul totale per due persone dall’Italia, non di pochi spucci. La differenza, però, stava anche nei dettagli inclusi: controlli continui sulla balneabilità, zone di barriera protetta visitabili solo con escursioni organizzate e numeri limitati, guide formate che sanno dirti cosa stai guardando sott’acqua e non solo “pesci colorati!”.

La domanda allora diventa onesta: preferisci risparmiare e rischiare che le due settimane di mare siano una lotteria, oppure pagare di più per avere più probabilità di trovare il mare che avevi in testa quando hai cliccato “prenota”? Non c’è una risposta giusta per tutti, ma la scelta ormai è abbastanza chiara.

È lo stesso tipo di compromesso che trovi in altri scenari. Per esempio, c’è chi sceglie viaggi in Asia accettando un po’ di pioggia pur di risparmiare, seguendo logiche simili a quelle raccontate in Asia a giugno con i monsoni leggeri: il trucco per risparmiare (senza affogare nella pioggia). Accetti qualche giorno di meteo meno instagrammabile, pianifichi meglio e spesso tieni in tasca una bella fetta di budget.

Il paragone opposto è chiaro a tutti: chi sceglie la meta solo perché costa meno e poi si ritrova con mare torbido, spiaggia impraticabile per giorni, barche che ancorano ovunque. In quel momento il risparmio diventa improvvisamente meno entusiasmante.

Il tema della responsabilità in viaggio non riguarda solo il mare. Pensavo a questo mentre leggevo l’articolo Everest Base Camp senza fare l’eroe: come battere il mal di montagna (prima che lui batti te), dove il tema è completamente diverso ma la logica è identica: capire il contesto ambientale prima di partire, accettare certi limiti, proteggere prima di “spremere” il luogo che stai visitando.

Alla fine, quando oggi scelgo tra due spiagge all’estero, il mio ago della bilancia non è più solo il prezzo. È la probabilità di trovare davvero quell’acqua trasparente che mi ha fatto sognare sulla schermata del computer, e non una linea marrone di alghe proprio nella settimana in cui posso staccare dal lavoro.

L’autore

Sebastian Boguszewicz

Viaggiatore e fotografo di viaggio. Architetto software, creatore di prezzi-mondiali.it e della piattaforma di viaggio hikersbay.com.

2 commenti

  1. Mi ha colpito molto il passaggio sul fatto che ora Cuba entra nei report internazionali non solo per l’immaginario da cartolina, ma anche per gli aspetti legati alla sostenibilità e alla gestione del sargasso. La mia curiosità è: quanto di questo cambio è reale e strutturale (ad esempio regolamenti, limiti al turismo di massa, tutela delle aree costiere) e quanto invece è più una “verniciata green” per rendere il Paese più appetibile a chi viaggia in modo consapevole? Mi piacerebbe capire se, dietro il conto più salato, ci sia davvero un beneficio concreto per l’ambiente e per le comunità locali.

    1. Tamara, hai colto esattamente il punto: al momento vedo un mix tra cambiamenti strutturali (per esempio alcune aree di mangrovie ora sono effettivamente interdette alle nuove costruzioni) e operazioni più di facciata, soprattutto nei grandi resort. Un indizio pratico per capire quanto il “conto più salato” sia davvero sostenibile è chiedere sul posto se una parte della tassa di soggiorno o della “environmental fee” viene destinata a progetti specifici nel municipio (pulizia coste, formazione, raccolta differenziata): quando sanno spiegarti come e dove viene usata, di solito dietro c’è qualcosa di più concreto del semplice greenwashing.